Esistono innumerevoli forme di tradizioni che rappresentano lo specchio della nostra realtà e che fanno parte della nostra cultura, dal latino traditiònem (da tradere) che vuol dire trasmettere, consegnare ai postumi le gemme che esse stesse rappresentano.

Le tradizioni raccontano il presente, il passato e il futuro della nostra cultura. Quelle strettamente legate alla nostra storia si ricordano, si tramandano e  ci restituiscono un frammento delle nostre radici.

La Cavalcata di San Giorgio simboleggia un evento che ci rimanda alla storia del nostro passato, quando la città di Brindisi era sotto il dominio degli Aragonesi.

Sono purtroppo pochissime le testimonianze che ricordano questo evento e l’unica preziosa fonte di riferimento è data dallo storico locale Andrea della Monaca, che nella sua opera, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, ci racconta in dettaglio come si svolgevano i festeggiamenti a Brindisi, in onore di San Giorgio.

La dominazione Aragonese aveva regnato per circa 70 anni nella città di Brindisi nel corso del XV secolo: nelle altalenanti vicende tra Angioini ed Aragonesi, la città visse un periodo di tranquillità e al sicuro dagli attacchi delle orde turche che minacciavano continuamente nuove invasioni, proprio grazie alle imponenti opere di fortificazione dell’intero sistema difensivo, che vennero avviate in quegli anni.

L’avvenimento cruciale che lega i brindisini alla dominazione Aragonese è da rintracciare in una vicenda storica che vide la città impegnata a salvaguardare gli egemoni; la fedeltà dimostrata da Brindisi ebbe un importantissimo riconoscimento non solo morale ma anche materiale.

Carlo VIII, discendente degli Angioini, nel 1495 scese in Italia per far valere i suoi diritti sulla corona di Napoli. Nella lotta, Brindisi si schierò accanto agli Aragonesi. Per aver fatto prigioniero presso Mesagne un famoso condottiero francese, precisamente il Duca d’Asparre, rinchiuso nel castello svevo, Ferdinando d’Aragona (figlio e successore di Alfonso II), fece coniare per l’occasione una moneta di rame e d’argento.

Da una parte era incisa la frase “FIDELITAS BRVNDVSINA” (così come si legge nell’ odierno emblema di Brindisi) e dall’altra era riportato lo stemma della città con le due colonne all’interno dello scudo portato da san Teodoro.

Da qui i brindisini maturarono sempre più una sorta di devozione nei confronti degli Aragonesi, tanto da far rientrare nelle proprie tradizioni quelle dei dominatori, introducendo appunto la Cavalcata di San Giorgio.

La cerimonia si svolgeva durante l’ultima settimana di aprile in onore del martire san Giorgio protettore di Saragozza, capitale d’Aragona. Si trattava di un culto molto importante che, in questo periodo, fu addirittura superiore a quello del santo patrono brindisino; a lui venne intitolato anche un bastione oggi purtroppo non più esistente demolito nel 1865 durante i lavori di costruzione della stazione ferroviaria e la relativa piazza. Proprio nei pressi di questa zona sembra dovesse esserci anche una chiesa intitolata appunto a san Giorgio.

Immaginiamo questa singolare manifestazione prendere i passi dalle antiche strade del centro della città: due distinti cortei ricolmi di gente, colori, suoni e ritmi, due compagnie di archibugieri, l’una capeggiata dal Sindaco della città, l’altra dal Camerlengo.

Il primo a cavallo portava con sé lo stendardo di Brindisi con le sue arme, dove da un lato sventolava l’insegna profana di Brindisi, ovvero le due colonne romane, dall’altro il simbolo sacro della città, il santo patrono san Teodoro. Il Camerlengo invece, proseguendo sempre a cavallo e seguito da tutta la nobiltà, portava con sé la spada, simbolo del potere.

Il corteo proseguiva a gran passo tra i suoni dei tamburi e delle trombe verso il castello di Terra (o Svevo) dove il Castellano in atto e gelosia di guerra consegnava lo stendardo reale al Sindaco, quest’ultimo lo passava al Camerlengo giurandone la restituzione.

A bandiere spiegate si procedeva per le strade della città con il Camerlengo in testa, per confluire nella piazza maggiore dove gli stendardi venivano deposti e issati sulle finestre del Palazzo di Città e lì sarebbero restati per ben otto giorni. Qui avremmo udito a gran voce il Sindaco che inneggiando al Re diceva: “al Re nostra  Vita, Vittoria e felicità perpetua!”.

 Al termine di queste giornate, il primo maggio, la cavalcata si ripeteva nel medesimo modo giungendo al castello per consegnare l’insegna reale al Castellano.

Durante queste giornate era lecito che i cittadini si esercitassero liberamente e amichevolmente con le armi, ma immaginiamo quale sarebbe stato il disordine causato da tutto ciò, ragione per la quale ben presto la festività venne annullata.

La festività venne soppressa nel corso del ‘600 non solo a causa di questi scontri popolari, ma anche per alcune discordie legate alla presunta supremazia del Camerlengo che s’impose a pretendere dal Sindaco favori e onorificenze.